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Il Blog del Possibilismo

Prove di dialogo federalista a Milano

domenica 23 gennaio 2011 - Filed under Federalismo

“Federalismo oltre le contraffazioni”, questo il titolo del convegno organizzato a Milano da Manifesto d’Ottobre, Allarme Milano-Speranza Milano e Fondazione Ambrosianeum per parlare di “Federalismo democratico” (Rubettino 2010) e “Milano-Napoli. Prove di dialogo federalista” con Marco Vitale e Santo Versace e ancora Alberto Carzaniga, Giancarlo Pagliarini, Bruno Tabacci e altri.

L’incontro si tiene all’Ambrosianeum in via delle Ore 3 a partire dalle 9.30.

LOCANDINA FEDERALISMO MILANO

 ::  Share or discuss  ::  2011-01-23  ::  Redazione

Prove di dialogo federalista a Castellammare

domenica 23 gennaio 2011 - Filed under Federalismo

Dopo Giugliano e Napoli anche Castellammare apre le porte al federalismo democratico ospitando un primo dibattito su uno degli ultimi libri di Luca Meldolesi che lasciata definitivamente la cattedra di politica economica all’Università di Napoli ha puntato le sue energie intellettuali “militanti” su uno dei temi più attuali eppure più sorprendemente misconosciuti dall’Italia in questo inizio del 2011.

L’incontro-dibattito sul libro di Luca Meldolesi “Milano-Napoli. Prove di dialogo federalista” (Napoli, Guida Editori).  si svolgerà venerdì 4 febbraio 2011 presso Officina Democratica in c.so Garibaldi, 68 a Castellammare di Stabia, a partire dalle 18.30.

LOCANDINA CASTELLAMMARE

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Luca Meldolesi intervistato dal Mattino

domenica 23 gennaio 2011 - Filed under Federalismo

Si parla spesso – e si legge- dell’orientamento governativo verso un assetto federalista. Molto meno di federalismo democratico. Perchè?

Perché, a quanto pare, il governo ha convenienza a mantenersi nel vago, mentre l’opposizione non ha la forza (culturale e politica) di costringerlo a “scender giù dal pero” (si dice in Emilia)! Non è solo al mia opinione: è anche quella di Giancarlo Pagliarini, l’ex ministro leghista.

Fortunatamente, tuttavia, per un fenomeno di contagio lessicale (più che reale), di federalismo si parla; e ciò consente a chi, come me, agisce nella società civile di mettere i puntini sulle i.

Federalismo è espressione generica – persino le costituzioni della Germania nazista e dell’Urss di Stalin si sono fregiate, a loro modo, del termine federalista. Solo quando si fa riferimento alle esperienze più avanzate, dalla Svizzera agli Stati Uniti, come nel caso di alcuni grandi italiani che le avevano conosciute di persona – si pensi ai Cattaneo, ai Garibaldi, agli Sturzo, ai Salvemini, agli Einaudi – che la questione acquista una sua specificità.

Altrimenti, è facile che si gabellino per federalismo processi di semplice decentramento, di redistribuzione e persino di riassetto centralista. E’ ciò che passa per federalismo a più velocità, demaniale, fiscale ecc. “Quello che stiamo facendo noi, – ha scritto Marco Vitale – in modo così tormentato, confuso e roboante, non può essere chiamato né federalismo né federalismo fiscale. E’ solo una mediocrissima discussione di bassissimo livello scientifico e politico sulla distribuzione tra entrate centrali e locali, come ce ne sono state tante nei 150 anni di unità nazionale.”

Il suo lavoro, sulla scia di studiosi come Aaron Wildavsky e Louis Hartz, si pone come  analisi comparativa del federalismo in Canada, Stati Uniti e Australia.

Quali sono le indicazioni da raccogliere?

 Sappiamo tutti che l’Italia ha numerose, buone qualità, ma che ha anche un tallone d’Achille che si chiama funzionamento del sistema pubblico: quel sistema obsoleto (sul piano storico) che tutti conosciamo fin troppo bene e che, giustamente, non riscuote la fiducia del cittadino. E’ un sistema che, secondo la vox populi (vox dei),  rappresenta il colpevole numero uno dei nostri mali: dal debito pubblico stratosferico, alla pressione fiscale insopportabile, e… così via enumerando.

Mi rivolgo ai tanti meridionali ragionevoli che, anche per ragioni familiari, hanno dimestichezza con gli uffici pubblici canadesi, americani, australiani. Ci pensino bene! Solo un pazzo può pensare che l’enorme divario di produttività/persona che esiste, in ogni ordine e grado, tra quei sistemi pubblici e quello nostro sia un fatto naturale. E’ solo la nequizia umana che ci ha impedito finora di imboccare quella strada a passo veloce, come invece stanno facendo tanti paesi, piccoli e grandi, in giro per il mondo.

E, siccome errare è umano, ma perseverare è diabolico, vorrei dire ai napoletani di accorgersi non della loro arretratezza (che conoscono a menadito), ma della loro leadership potenziale in questo campo. Infatti, Napoli e la Campania, a lungo simbolo dell’emigrazione italiana (“partono i bastimenti”…), collegate come sono al mondo intero da un sistema portuale straordinariamente importante, possono coltivare la legittima ambizione di rappresentare nei fatti una città ed una regione “guida” dell’indispensabile trasformazione federalista-democratica del nostro Paese – anche creando un filo diretto con l’apparato pubblico di una (o più) regioni (o paesi) leader (e relative comunità di origina campana).

Pensiamo al Sud e alla Campania in particolare: il divario con il nord si è aggravato con l’incalzare della crisi economica. L’ottica federalista fissa nuovi criteri di autonomia- fra entrate e uscite- per Regioni ed Enti locali. Perchè si parla di cittadini di serie A e B?

Per favore, non ricadiamo nello pseudo-federalismo! Ognuno ha diritto (spero) a cantare la propria canzone. La mia suggerisce che è possibile, anzi doveroso, praticare il federalismo democratico – quello vero: diffidare delle imitazioni! Anzi, io penso che solo aprendo quel cantiere chiave possiamo rispondere adeguatamente alle difficoltà ed alle emergenze in cui ci troviamo. Perché è così che, cominciando da qualche regione, provincia, gruppo di comuni, possiamo riorganizzare il lavoro, risparmiare denari, uscire dai debiti (e dalla condizione conseguente di minorità), fare investimenti oculati, ridurre le imposte locali, cominciare a trasformare la nostra dimensione pubblica: da palla al piede in volano di democrazia e di benessere. L’economia campana ed italiana hanno bisogno di un impulso positivo per affermarsi sul mercato locale e globale e per irrobustirsi. Il sistema pubblico a federalismo democratico che vediamo nei paesi leader svolge per l’appunto questo ruolo: dobbiamo riuscirci anche noi!

Si tratta, in sostanza, di trasformare un settore opaco, verticalista ed inefficiente in uno trasparente, orizzontalista e produttivo: un ambito in cui i dipendenti, gli uffici e le istituzioni apprendono reciprocamente ed agiscono (interpenetrandosi) con rapporti di cooperazione e di emulazione.

Il modo più semplice per capire di che si tratta è il seguente.

Ciascuna azienda, piccola o grande che sia, agisce quotidianamente per migliorare l’utilizzo economico dei fattori produttivi delle merci e dei servizi che produce. Ciascuna famiglia (soprattutto se modesta) si ingegna ad economizzare tempo e denaro per far quadrare il bilancio. Invece, generalmente, ogni ufficio pubblico è retto soltanto dalle disposizioni amministrative che gli piovono sulla testa (e dal principio di legittimità degli atti e delle procedure). L’idea corrente del cittadino comune che bisogna guadagnarsi la pagnotta, che stare al lavoro non significa (ipso facto) lavorare, che il tempo è denaro, e che il denaro pubblico dovrebb’essere utilizzato con oculatezza – proprio come farebbe un’impresa o una famiglia (o ancora di più) – è semplicemente estranea alla quotidianità amministrativa.

Allora, dal punto di vista della policy economico-sociale dell’amministrazione, ciò significa, a contrario, che, nella struttura istituzionale del Paese, esiste un ampio spazio produttivo non utilizzato che consentirebbe di “far meglio con meno”. E’ un potenziale di ristrutturazione e di riutilizzo di capacità e risorse sopite che – questo è il mio convincimento -, messo in moto appropriatamente, potrebbe trasformarsi davvero in leva decisiva di una metamorfosi più generale (in senso produttivo e federalista-democratico) del sistema pubblico: campano e nazionale.

(Intervista pubblicata su “Il Mattino” del 4 gennaio 2011, p. 46)

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Essere italiani a New York

mercoledì 29 dicembre 2010 - Filed under Economia

(Articolo di Marco Vitale pubblicato on-line da www.allarmemilano-speranzamilano.it N. 15, 2010)
 
Quanto più da noi dominerà la gerontocrazia, il nepotismo, l’affarismo politico, il mignottismo, tanto più i nostri giovani di valore andranno a cercare in altri Paesi, meno chiusi e meno corrotti, la possibilità di esprimere la loro creatività e la loro gioia di vivere e di essere testimoni della grandissima civiltà italiana. Lo hanno fatto anche Marco Polo, Colombo, Fermi e tanti altri noti e sconosciuti. Una cosa è certa: la rinascita italiana ricomincia nelle strade di New York, Shanghai, Berlino, San Paolo, Bombay, e non nell’ottusità leghista delle valli bergamasche, bresciane o varesine o nella mignottocrazia di Arcore.

Niente è stimolante come visitare New York, città insieme modernissima ed antica. Se poi capita di vistarla ad ottobre, quando il clima è ancora mite ma colmo dei presagi autunnali del duro inverno, e la metropoli vive uno dei periodi di più intensa animazione dell’anno, l’effetto è ancora maggiore.

Nella mia breve visita a New York quest’anno, mi sono dedicato soprattutto alla comunità italiana di New York. Ho incominciato con un invito alla Columbia University, nella due giorni dedicata all’Italia verso il 2020, organizzato da Nova, l’associazione degli MBA italiani nelle università Usa. È stato emozionante parlare, in questa antica università colma di memorie storiche, di testimonianze di grandi personaggi, parte integrante non solo della storia americana ma della storia della civiltà occidentale e oggi forse, grazie alla globalizzazione, possiamo dirlo, della storia del mondo. Ma è stato emozionante anche parlare a circa ottanta giovani italiani di valore, impegnati a prepararsi per affrontare le dure sfide del presente e del futuro, a coglierne le meravigliose opportunità; che investono su se stessi e, quindi, anche sul nostro Paese; che si internazionalizzano, come il mondo globalizzato richiede; che si cimentano nei livelli alti della formazione. Essi rappresentano la nostra speranza e la parte migliore di noi.

Io mi sono riallacciato alla sostanza delle meravigliose lezioni che Giuseppe Prezzolini tenne proprio alla Columbia University, nel 1948, ai suoi allievi americani, per spiegare loro la civiltà italiana, lezioni, poi, raccolte nello stupendo libro pubblicato nel 1951 (Vanni editore) con il titolo: The Legacy of Italy. Ho ripetuto loro – come disse Prezzolini – di non confondere lo Stato italiano ed il Governo italiano con la civiltà italiana. Lo Stato italiano è una istituzione politica che ha solo 150 anni di vita e che ha prodotto più disgrazie che benefici (due guerre mondiali, tre grandi inflazioni, una lunga e grottesca dittatura ed, ora, un governo burlesco e tragico insieme). La civiltà italiana, invece, ha mille anni di vita ed ha donato al mondo patrimoni intellettuali, spirituali, creativi immensi. Di questa dobbiamo essere consapevoli ed orgogliosi, non per un vile approccio consolatorio, ma perché è solo attraverso la riscoperta e la valorizzazione delle nostre radici migliori che troveremo la forza, l’ispirazione, la guida per costruire un futuro migliore, compreso uno Stato ed un Governo meno grotteschi di quelli che oggi abbiamo. La civiltà italiana presenta tante facce e tanti filoni ma un tema domina sugli altri: essa è stata grande quando è stata universale (da S. Francesco a Dante, Leonardo da Vinci, Verdi, Manzoni, Fermi, Giò Ponti, Giovanni XXIII). Perciò dobbiamo educare i nostri figli ad essere orgogliosamente compartecipi ed attori della civiltà universale, ad essere liberi, cristiani, solidali e non ottusi mignottisti e leghisti. Perciò i giovani che si mettono alla prova nelle università americane e di altre parti del mondo sono la nostra vera speranza.

Poi sono andato in giro per New York nella City, a Soho, a Downtown, lungo la punta del promontorio dove l’Oceano e l’Hudson si fondono, e dove sono ancora ben visibili gli antichi moli, dove sbarcarono milioni di emigranti, e tanti italiani, che hanno fatto la grandezza degli Stati Uniti d’America. Salvo per i maggiori spostamenti, mi sono sempre mosso a piedi, proprio per vedere ed ascoltar la città. Così nella City ho visto che i più affascinanti negozi di abbigliamento sono italiani, testimonianza impareggiabile di gusto, eleganza, qualità estrema, sentinelle avanzate dello stile di vita italiano. A Soho ho visto intere vie dedicate al design di mobili e arredi italiani ed ho avuto modo di apprezzare il grande programma che Federlegno – Arredo, con u nutrito gruppo di imprese italiane del settore, si apprestava a lanciare a New York. Dal 29 novembre al 7 gennaio un ricco programma, fatto di eventi commerciali alternati ad eventi culturali, testimonierà a New York il valore del design e dell’industria di arredamento italiani. Un programma veramente magnifico che per un mese trasferisce a Soho la realtà creativa e produttiva italiana nel campo della casa italiana; e già le prime reazioni che ho raccolto sono molto positive. Penso che questo esempio, che rappresenta un grande sforzo creativo ed organizzativo, sia esemplare e meriti di essere studiato e replicato. L’ho soprannominato: il distretto viaggiante.

Poi, più giù, in Downtown, sono entrato in Eataly, il centro gastronomico dove si trova una ricca offerta di specialità gastronomiche italiane, offerta in modo affascinante ed accattivante, con angoli per assaggi e spuntini, in un’atmosfera semplice, cordiale, autentica. Era pieno di gente, e ne sono uscito entusiasta. Anche questo è un modello di successo. Aggirandomi tra i banconi, osservavo i nomi dei prodotti esposti. Nella grandissima parte erano sicuramente prodotti di piccole aziende che curano il loro prodotto con grande amore e sapienza, e che mai avrebbero potuto arrivare ad un grande mercato di consumo come New Yorl. Eataly ha avuto la geniale idea di creare un canale speciale di distribuzione diretta al servizio di tanti piccoli produttori di specialità italiane portando la loro alta qualità ai cittadini di New York. In fondo i creatori di Eataly hanno inventato quello che ho chiamato un distretto commerciale. E, come capita a tutti gli innovatori veri, saranno premiati dal mercato.

I tre giorni passati a New York mi hanno dato l’impressione di una comunità italiana viva e di successo. Confronto questa mia impressione con il vice-console Marco Alberti, un giovane funzionario attento ed appassionato, che era presente all’incontro alla Columbia University. Mi conferma la fondatezza della mia impressione, anche facendo un non piccolo elenco delle realizzazioni ed investimenti italiani che hanno caratterizzato New York negli ultimi tempi. La comunità newyorkese con passaporto italiano registrata al consolato è di circa 60.000 persone, ma si amplia molto se si includono i residenti che, non più dotati di passaporto italiano, conservano un vivo legame con la civiltà italiana. Il vice-console Alberti, giustamente molto attento ai giovani italiani in carriera negli Stati Uniti, mi dice di avere nel suo archivio una rete di circa duemila giovani italiani (tra i 30 ed i 40 anni) in posizioni significative in imprese, banche, catene di negozi, studi professionali. È un numero importante. Ho raccolto altri segnali deboli ma significativi nel mio soggiorno. Nel mio hotel (francese) chi mi riceve è un giovane non italiano che parla un eccellente italiano, in vari negozi ho trovato commesse che si sforzavano di parlare italiano; persino in un ristorante francese ho potuto fare l’ordinazione in italiano.

Piccoli segnali che, insieme a quelli più significativi che ho cercato di riassumere, mi hanno rafforzato una convinzione che nutro da tempo: quanto più da noi dominerà la gerontocrazia, il nepotismo, l’affarismo politico, il mignottismo, tanto più i nostri giovani di valore andranno a cercare in altri paesi, meno chiusi e meno corrotti, la possibilità di esprimere la loro creatività e la loro gioia di vivere e di essere testimoni della grandissima civiltà italiana. Non verserò lacrime per questo. Lacrime le verserei se non se ne andassero. Lo hanno fatto anche Marco Polo, Colombo, Fermi e tanti altri noti e sconosciuti. Una cosa è certa: la rinascita italiana ricomincia nelle strade di New York, Shanghai, Berlino, San Paolo, Bombay, e non nell’ottusità leghista delle valli bergamasche, bresciane o varesine o nella mignottocrazia di Arcore.

Una signora italiana che vive a New York, e si firma Flaminia Lodovica Lubin, in una lettera al Fatto del 17 dicembre afferma che vive con un senso di vergogna l’essere italiana a New York, a causa sostanzialmente di Berlusconi. La signora ha mille volte ragione di vergognarsi di avere un presidente del consiglio come Berlusconi. Ma non ha ragione di vergognarsi di essere italiana, confondendo la civiltà italiana con Berlusconi. I tanti italiani che lavorano e che ho incontrato a New York non nutrono il sentimento della signora Flaminia Lodovica Lubin, perché hanno ben chiara tale distinzione, anche se non hanno letto The Legacy of Italy di Giuseppe Prezzolini del 1951 (sui mercatini dei libri antichi di Internet lo si può trovare). È una lettura che mi permetto di consigliare a tutti, ma soprattutto alla signora Flaminia Lodovica Lubin.

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 ::  Share or discuss  ::  2010-12-29  ::  Redazione

Napoli. Presentata l’Associazione Eugenio Colorni

sabato 11 dicembre 2010 - Filed under Politica

E’ stata presentata a Napoli il 3 dicembre 2010 l’Associazione Eugenio Colorni fondata da un gruppo di ex allievi di Luca Meldolesi. Teatro della presentazione la sala del parlamentino della Camera di Commercio di Napoli in piazza Borsa. La presentazione è avvenuta in occasione del dibattito sul libro di Luca Meldolesi “Milano-Napoli. Prove di diaologo federalista” (Guida Editori, 2010) organizzata dall’associazione in collaborazione con Cave Canem e Guida Editori.

Presentato anche il logo dell’associazione e il manifesto-programma con le modalità di adesione e di partecipazione.

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 ::  Share or discuss  ::  2010-12-11  ::  Redazione

Marco Vitale: il federalismo o è democratico oppure non serve

giovedì 9 dicembre 2010 - Filed under Federalismo

Marco Vitale a Napoli. 3 dicembre 2010

Pubblichiamo l’intervento di Marco Vitale presentato a Napoli il 3 dicembre 2010 in occasione del dibattito sui libri di Luca Meldolesi “Federalismo democratico” (Rubettino editore 2010) e “Milano-Napoli. Prove di diaologo federalista” (Guida Editori 2010). Il dibattito si è tenuto presso la sala del parlamentino della Camera di Commercio di Napoli con gli imprenditori Antimo Caputo, Ambrogio Prezioso, Renato Bruno e Angelo Punzi.

“Federalismo democratico è un libro difficile. Ti accompagna di qua e di là, attraverso itinerari tortuosi. Quando pensi di essere bene indirizzato ti fa fare un salto indietro o laterale, mentre quando ti senti sperduto o scoraggiato ti accende una luce in fondo al tunnel. Sicché mi sono domandato se questo intreccio di complicazioni è da imputare all’autore od alla materia. Non escludo che l’autore si sia anche compiaciuto di questo andamento tortuoso ed a sobbalzi. Ma penso che, in questo modo, l’autore abbia voluto soprattutto trasmetterci il senso della grande complessità della materia, farci capire quante cose e quanto diverse, possono essere contenute nella semplice ed accattivante parola: federalismo” … (continua nel documento allegato).

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Eugenio Colorni federalista

mercoledì 8 dicembre 2010 - Filed under possibilismo

Il Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Eugenio Colorni (istituito il 20 marzo 2008 sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica) in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Insubria, Cattedra Jean Monnet, e con l’Università degli Studi di Pavia, Centro Interdipartimentale di Ricerca e Documentazione sulla Storia del ’900, ha organizzato (venerdì 22 ottobre 2010) il convegno “Eugenio Colorni federalista”.

- Il programma del convegno.

La rivista Critica Sociale nell’edizione di novembre 2010 pubblica tre contributi del convegno: “Il lascito culturale” di Carlo Lacaita, “Dall’antifascismo europeo socialista e federalista” di Maurizio Degl’Innocenti, “Colorni fra storia e filosofia”di Luigi Zanzi.  

- Il portale della rivista Critica Sociale.

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 ::  Share or discuss  ::  2010-12-08  ::  Redazione

Vitale: il federalismo fiscale? Non serve

sabato 4 dicembre 2010 - Filed under Federalismo + possibilismo

L’economista a Napoli per partecipare al dibattito sul libro di Luca Meldolesi “Milano – Napoli: prove di dialogo federalista”. “Il federalismo – dice – o democratico o non è”.

La questione meridionale è ancora viva, tant’è che, come molte indagini ancora nel 2010 segnalano, crescono le disparità tra nord e sud del Paese. Una profonda riforma della macchina statale (anche alla luce dei fallimenti seguiti agli interventi statai prima, comunitari poi, ripetutisi nel Dopoguerra) sembra essere la strada obbligata. La soluzione condivisa, emersa negli ultimi anni, sembra essere il passaggio dal centralismo a più forti autonomie locali. Il federalismo, in una parola: ma quale? “Non certo questo federalismo fiscale”, osserva Marco Vitale, economista lombardo che vive e lavora tra Brescia e Milano ma vanta origini napoletane. “Un federalismo – aggiunge Vitale – che definirei più che altro contabile, visto che si preoccupa solo dei rapporti tra erario e imposte locali”. Quale allora? “Un federalismo democratico, che parta dalla consapevolezza dei cittadini e che serva a unire, non a dividere”.
L’occasione per un confronto sul delicato tema è la presentazione del libro “Milano – Napoli: prove di dialogo federalista” di Luca Meldolesi (vedi a fianco), tenutasi venerdì 3 dicembre nella sala del parlamentino della Camera di commercio partenopea.
Come mai tante perplessità sul federalismo fiscale?
Perché non ha neanche senso parlarne se da un lato certi enti locali non hanno significative entrate proprie, e dall’altro importanti voci di spesa rimangono sostanzialmente governate dal centro, come il caso della spesa sanitaria.
Il federalismo può costituire una minaccia per l’unità nazionale?
No. L’esempio dei principali stati federali, come gli Stati Uniti, la Germania, l’Australia e il Canada, mostra come i governi si assumono sempre l’onere della distribuzione di fondi ai territori più disagiati per assicurare un minimo livello di uguaglianza ai cittadini a prescindere dalla loro residenza.
Che cos’è il federalismo democratico?
Prima che un meccanismo istituzionale, è uno strumento per la garanzia delle libertà civili e politiche. Facendo leva su elementi basilari come l’importanza dell’etica civile del singolo e del valore delle amministrazioni anche più piccole, come i comuni, il federalismo democratico è un valore capace di assicurare la crescita del tessuto socio-economico di un territorio in un localismo virtuoso, e non ottuso come quello propugnato dalla Lega. La quale a mio avviso ha un solo merito.
Quale?
Aver imposto il federalismo nel dibattito pubblico italiano.

Intervista di Roberto Procaccini. Il Denaro, 4 dicembre 2010, p. 56.

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Prove di dialogo federalista a Napoli*

mercoledì 1 dicembre 2010 - Filed under Politica

Visto dall’esterno, nel bel mezzo del riacutizzarsi della “crisi della monnezza”, ormai considerata – in Italia e all’estero – quasi una metafora delle mille difficoltà napoletane, la nostra sembra proprio una “mission impossibile”. Non è così. E’ vero, invece, che, come effetto d’un protratto lavorio, il 3 dicembre prossimo l’attenzione di alcuni manager ed imprenditori di valore si concentrerà costruttivamente su Napoli e sul Sud; e soprattutto sul cuore del “Viaggio in Campania” di Marco Vitale che prende atto delle grandi potenzialità dell’economia regionale per interrogarsi sul che fare per lo sviluppo e l’occupazione, da un punto di vista imprenditoriale e professionale.
La speranza è che dalle “prove di dialogo federalista” evocate dal mio “Milano-Napoli” – da quelle contenute nel volume, come da quelle che verranno messe a fuoco nel dibattito – se ne potrà trarre concretamente un’influenza benefica per la nostra realtà, anche nella sua proiezione euro-mediterranea e mondiale, e nella difficile congiuntura attuale.
Forse, a tal proposito, una parola in più non guasta.
Non viviamo tempi facili. Nell’economia internazionale, non sembra esaurirsi una gravissima crisi asimmetrica – secondo cui alcuni paesi crescono a tassi accelerati (ed aumentano il loro peso: nel G20, nel Fmi, nel commercio e nella finanza internazionali, nella capacità di controllo ecc.), mentre altri (come il nostro) tendono a bloccarsi, ed altri ancora a regredire. O piuttosto, la professione dell’economista è divisa: vi è chi si aspetta a breve la ripresa degli Stati Uniti e delle economie sviluppate in genere; vi è chi non se l’aspetta affatto. Vi è chi considera il riaccendersi della speculazione contro alcuni paesi europei come un colpo di coda di un fenomeno in via di esaurimento; e chi, invece, pensa che il peggio deve ancora arrivare. Siamo costretti a vivere nell’incertezza, con il terremoto, affrontando acque agitate.
L’immensa metamorfosi del panorama economico, sociale e politico a livello mondiale prosegue a passo di carica. E’ una trasformazione imponente, che si dipana (inevitabilmente) tramite tendenze accentuata al décentrage e al récentrage della piramide economica mondiale. Come è noto, la barca collettiva si sta inclinando verso il Pacifico, con spinte possenti alla rocollocazione ed al riassetto sempre più vivaci.
E’ un sommovimento che non ha paragoni nella storia dell’umanità; ma che, nello stesso tempo, non possiamo fare a meno di confrontare con altre epoche di turbolenza. Chi si avvicina a questo tema con animo aperto non può che rilevarne la complessità e, in un certo senso, l’imperscrutabilità.
Si fa presto a dire che siamo entrati in un’epoca (più) multipolare. Vero: ma quali sono le conseguenze? A guardare l’evolvere della situazione c’è talvolta da rabbrividire, perché le politiche economiche dei diversi paesi, oltre alla loro evoluzione interna, riflettono indubbiamente rapporti di forze e processi di cambiamento. Contrariamente a quanto si pensava un secolo fa, all’epoca della rivalità tra le grandi potenze europee, che condusse poi alla prima guerra mondiale, il risultato non è affatto scontato. Dipende dalle volontà umane di più players a livello mondiale e locale; e, dunque, dalla capacità di tenere sotto controllo il rapporto tra processi di discontinuità e di disequilibrio da un lato e legami economico-politici sempre più ampi e stretti dall’altro.
A tal proposito, vorrei commentare brevemente quella sorta di nazionalismo competitivo o di mercantilismo della globalizzazione che sta emergendo come “unico giuoco in città”. Fusione di aspetti economici e politici, tale politica commerciale consiglia, come ben sappiamo, di acquisire una forte posizione competitiva sui mercati internazionali e di spostare su altri l’onere doloroso del riequilibrio. In questo momento, la politica economica cinese, ma anche quella tedesca e di tanti altri paesi si iscrive in questa logica.
E’ una politica che, con il suo successo, suggerisce a “tutti quanti” di spostarsi nella medesima direzione, stimolando le proprie imprese ad affermarsi sul mercato esterno, trattenendo, invece, quello interno (persino gli Us non si possono permettere una vera reflazione domestica, perché si trasformerebbe in afflusso addizionale di merci straniere, soprattutto cinesi). Ma lo spazio di manovra per tali politiche si riduce via via: diventa più difficile riuscire nell’intento di conquistare una forte posizione competitiva…
Mi pare un riflesso del cambiamento complessivo di funzionamento del sistema mondiale che si volge verso il multipolarismo, dove ciascun giocatore principale tende ad avere peso e storia a sé.
Spero di non scandalizzare il lettore scrivendo che, in teoria, non è tutta negativa quella tendenza, a patto che la spinta emulativa sia controbilanciata da una forte intenzione cooperativa. Anzi, penso che il vero motore per uscire infine dalla crisi risiede nell’interazione virtuosa di emulazione e di cooperazione Non dobbiamo mai dimenticarlo, anche di fronte alle svolte più drammatiche. E, da questo punto di vista, al di là delle mille critiche rivoltegli, la presenza di Barack Obama alla Casa Bianca rappresenta indubbiamente un dato rasserenante…

Veniamo a noi.
Non è detto a priori che il Napoletano sia meno equipaggiato di altre zone in giro per il mondo; anzi. Ha alle sue spalle un paese che ha dimostrato durante la crisi una solidità maggiore di quanto ci si poteva aspettare: si guardi alla produzione manifatturiera o alla ricchezza diffusa delle famiglie. Se la nostra realtà potesse agganciarsi di più alla situazione internazionale e dominare meglio le acque agitate della crisi, tutto il paese ne trarrebbe beneficio. Ma è ragionevole attenderselo?
Per rispondere, bisogna riflettere ancora sul programma concreto proposto da Marco Vitale – a partire dallo sviluppo del porto e dai tanti progetti già pronti che si potrebbero mettere in moto come avvio della ripresa di Napoli: come produzione e occupazione; realtà locale e proiezione esterna.
Qui, in questa elucubrazione napoletana ad occhi aperti, mi viene in soccorso un bel film: “Passione”. Quella di Turturro è una Napoli vista dal di fuori, più che da dentro. E’ una Napoli a cui non pensiamo mai; ma che, se la capiamo bene, possiamo poi collegare alla Napoli del quotidiano. E’ una Napoli che talvolta sembra Baires, talvolta Cuba, talvolta Grecia, Africa mediterranea, India. Dove la canzone napoletana rivisitata intelligentemente dal regista e da un gruppo d’interpreti d’eccezione esalta una potenzialità vera, autoctona, genuina. Che a tutt’oggi ancora non sappiamo se verrà o meno ghermita in futuro: quella di inserirsi, se ne saremo capaci, in un mondo in rapidissima trasformazione, come quello evocato più sopra.
Mi domando perché questo aspetto non è stato notato – nonostante l’evidente attrattiva del film sul pubblico napoletano. La risposta, se non vado errato, è duplice: perché i napoletani sono troppo affogati in ciò che ho chiamato, in modo ambivalente, “difficoltà esagerate”; e perché quella svolta possibile e desiderabile la si vede più dall’esterno che dall’interno. Ma esiste.
Veniamo al punto. Se il Napoletano riuscisse ad ottenere qualche buon risultato all’interno, riuscirebbe indubbiamente molto meglio anche all’esterno. Ma come convincerlo a progredire; a trovare il morale adatto allo scopo? Sembra a priori una fatica di Sisifo!
Non ne sono convinto. Penso che non sia impossibile far maturare l’internazionalizzazione di Napoli.

*Pubblicato su Il Denaro di sabato 27 novembre 2010 p. 74 con il titolo “Napoli, ecco come si vince sul mercato globale”

 ::  Share or discuss  ::  2010-12-01  ::  Luca Meldolesi

MILANO-NAPOLI. Prove di dialogo federalista. Luca Meldolesi (Guida Editori)

domenica 21 novembre 2010 - Filed under Economia

Docente di politica economica alla facoltà di economia e commercio dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” per oltre un quarto di secolo, Luca Meldolesi è stato e continua ad essere impegnato sul terreno dello sviluppo del Mezzogiorno e di Napoli in particolare. Autore prolifico, i suoi testi, soprattutto a partire da “Spendere meglio è possibile” del 1992, testo caro a molti studenti napoletani, numerosi anche nell’area giuglianese, sono una continua prova di sviluppo applicato che deriva dall’insieme delle iniziative condotte in prima persona, come il Comitato nazionale per l’emersione del lavoro non regolare, o tramite l’ormai numerosa e ramificata rete di collaboratori, amici ed ex allievi, sparsi un po’ in tutt’Italia, che fa capo alla rete Cave Canem (www.cavecanemidee.it) e, a Napoli, all’associazione Eugenio Colorni.

“Milano – Napoli. Prove di dialogo federalista” (Guida Editori) è un testo costruito in the making, dove alcuni contributi milanesi (il Memorandum “Bella e possibile” realizzato da Altagamma di Santo Versace e “Viaggio nell’economia Campana” di Marco Vitale) sono utilizzati per avviare un dialogo federalista Nord-Sud, capace di sprigionare realmente le energie di un Sud che vuole ribellarsi allo stato di cose presenti.

Meldolesi sostiene la necessità di un approfondimento dell’analisi e della conoscenza dei problemi più acuti del Napoletano, di Napoli e del suo hinterland, di quella parte della Campania che identifica nell’area a Nord di Napoli e a Sud di Caserta, dove le difficoltà sono esagerate ma anche insopportabili.

 

E’ un lembo di “Terra di lavoro” o di “Campania Felix”, quello che abbiamo attraversato, – scrive Meldolesi nel cap. 3 a proposito di un convegno con Marco Vitale a Calvizzano il 4 aprile 2009 – che, inopinatamente, è diventato alquanto infelice, tormentato com’è da una serie di patologie che si accentuano poi, ulteriormente, nel sud casertano: crimine, immondizia, disordine edilizio, saccheggio del territorio, veleni, e così via. Rappresenta un contrasto visivo molto drastico per chi ha in mente le straordinarie vestigia antiche della zona: dall’antro della Sibilla di Cuma, ai numerosi “reperti” dei Campi Flegrei (zona militare, ma anche insediativa e ludica della fase finale della repubblica e del primo impero romano), a quelli della quadrettatura casertana dei campi assegnati ai legionari romani in pensione (che ancora si vede, nitida, nelle foto aeree), alla tomba di Scipione l’africano ecc.

Il libro si apre con un altro convegno tenuto insieme a Marco Vitale, questa volta però a Lugano, dal titolo “Nord e Sud di fronte alla scelta federalista”.

Due convegni, due temi, due luoghi che hanno permesso di intrecciare e sviluppare un ragionamento “interitaliano” molto caro all’autore. In questa chiamata al dialogo, in questa sorprendente relazione Milano-Napoli che agisce in un senso e nell’altro e che cerca chiaramente di provocare contaminazioni e interrelazioni, l’opzione federalista democratica assume una valenza particolare e la comprensione profonda delle difficoltà esagerate e insopportabili diventa da subito un terreno di confronto reale e di lavoro concreto.

In questo quadro, Giugliano, la terza città della Campania o, come molti amano ripetere, la prima città d’Italia non capoluogo, grazie anche alla sua collocazione geografica al centro della zona in questione, definito anche “conurbazione Napoli-Caserta”, cuore dell’ager campanus e quindi di quella Campania Felix che proprio in Liternum aveva un centro logistico particolarmente importante in epoca romana e fondamentale nella costruzione dell’Impero – qui Meldolesi elabora e propone nel libro la tesi probabilmente più forte dell’origine della relazione di sudditanza quale possibile spiegazione delle difficoltà esagerate -, appunto “Giugliano in Campania”, può diventare il terreno ideale per lo sviluppo e la messa in pratica del ragionamento del libro.

 ::  Share or discuss  ::  2010-11-21  ::  Redazione